Il cinema ha una relazione lunga e complicata con il BDSM. A volte lo rende esotico, altre volte lo trasforma in horror, in altre ancora lo maschera dentro il thriller. Da Alfred Hitchcock che filmava le sue bionde ambigue come oggetti di ossessione, fino alla trilogia di Cinquanta Sfumature che ha portato manette e frusta di pelo nel carrello del supermercato, siamo passati per Pasolini, Cronenberg, Steven Shainberg, Nagisa Oshima. Ogni epoca ha proiettato sullo schermo la propria idea di desiderio, controllo, potere, consenso. E ogni volta il pubblico ha capito qualcosa di sé.
Se cercate una lettura ordinata di come il BDSM è entrato nella cultura pop attraverso il grande schermo, vi accompagniamo film per film, decennio per decennio, con lo sguardo di chi ama il cinema ma sa anche quali dinamiche reali stanno raccontando quelle scene. Se volete la definizione tecnica delle pratiche potete partire dalla nostra guida BDSM cos’è e come si fa, mentre qui restiamo sul lato culturale e cinematografico.
Il BDSM al cinema: perché ci affascina
Il cinema mette sullo schermo quello che nella vita quotidiana molti considerano indicibile. Il BDSM al cinema funziona perché fa due cose insieme: rappresenta il desiderio proibito e allo stesso tempo lo estetizza, lo distanzia, lo rende osservabile. Guardiamo Grace Kelly baciare Cary Grant sapendo che dietro quel bacio girano dinamiche di potere, sguardo e controllo che nel quotidiano ci imbarazzerebbero. Il buio della sala fa da mediatore.
Rappresentazione del desiderio proibito
Nei film il proibito diventa narrazione. Le pratiche che nella realtà richiedono conversazione, negoziazione e safeword sullo schermo diventano gesto puro. Vediamo la corda, la manetta, il collare, la benda sugli occhi come simboli di qualcos’altro: la resa, il possesso, la trasgressione, il gioco di ruolo. È la stessa ragione per cui i romanzi gotici ottocenteschi mettevano in scena castelli chiusi a chiave. Il BDSM al cinema è la versione moderna di quella grammatica.
Sublimazione ed estetica del potere
C’è però un rischio. Quando il cinema estetizza il BDSM senza spiegarlo rischia di raccontarlo come pericolo, patologia o parodia. Hitchcock lo faceva senza nominarlo mai, dentro l’ossessione dei suoi protagonisti maschili. Cronenberg lo faceva innestandolo su carrozzerie di automobili. Steven Shainberg con Secretary è forse il primo regista contemporaneo a mettere in scena una dinamica D/s consensuale e riconoscibile, con un finale che oggi definiremmo di aftercare. La differenza fra un film e l’altro sta tutta nel consenso che si vede o che manca.
Hitchcock: sadismo e voyeurismo (Vertigo, Psycho, La finestra sul cortile)
Sir Alfred Hitchcock, fedelmente sposato con la sua montatrice e sceneggiatrice Alma Reville, era fatalmente attratto dalle sue attrici, tutte rigorosamente bionde. La sua è forse la filmografia più densa di dinamiche di controllo e osservazione della storia del cinema di massa. Celebre l’infatuazione mai corrisposta per Grace Kelly, che il regista stesso definiva “ghiaccio bollente”. Le sue bionde dovevano essere moralmente ineccepibili in superficie, con una sessualità nascosta pronta a esplodere: non solo bionde, ma anche distinte, delicate, dal portamento elegante come simbolo di un’educazione perbenista, cattolico-protestante, repressiva.
Famosi i baci all’epoca censurati dai cinematografi, in cui queste bionde “ardenti” rivelavano la propria natura inaspettatamente sensuale: quello di Notorious tra Cary Grant e Ingrid Bergman, entrato nel Guinness dei Primati come il bacio più lungo della storia del cinema. Quello tra Cary Grant e Grace Kelly in Caccia al ladro, maturo ladro di gioielli in pensione e giovane ereditiera americana. In tutti c’è la stessa dinamica: uno guarda, l’altra concede.
Vertigo (1958): l’ossessione come dominio
La donna che visse due volte (Vertigo) è il film hitchcockiano più vicino a una lettura BDSM esplicita. James Stewart interpreta Scottie, un ex poliziotto che si innamora di Madeleine (Kim Novak) e, quando la perde, ricostruisce Judy identica a lei nel colore dei capelli, negli abiti, nel trucco, nel passo. Non c’è manetta, non c’è cordicella, ma c’è dominance psicologica pura. Judy accetta di essere modellata. Scottie ottiene il controllo totale. Hitchcock racconta senza filtri il lato oscuro dell’ossessione romantica.
Psycho (1960): sadismo latente e madre interiorizzata
Psycho non è un film BDSM, ma è il film che ha portato dentro l’immaginario collettivo l’idea che dietro l’apparenza normale si nasconda un sadismo repressso. Norman Bates è la maschera di una violenza che il cinema americano fino a quel momento aveva tenuto fuori campo. La scena della doccia, montata da Alma Reville con più di settanta stacchi in meno di un minuto, è il momento in cui il coltello diventa protagonista. Da lì in poi il genere psycho-thriller userà quel lessico visivo per raccontare desideri deviati, ossessioni, sadismi.
La finestra sul cortile: voyeurismo come pratica
La finestra sul cortile (Rear Window, 1954) mette in scena il voyeurismo come costante del cinema stesso. James Stewart fotografa i vicini con il teleobiettivo e in quel gesto Hitchcock dice: guardate voi che siete seduti in sala, siete come lui. Il voyeurismo consensuale è oggi una delle pratiche BDSM soft più diffuse, spesso combinato con esibizionismo del partner. Nel 1954 era ancora tabù, ma Hitchcock lo aveva già raccontato come atto fondativo dello sguardo.
Anni 70-80: Salò, Ai no korīda, 9 settimane e 1/2
Gli anni 70 e 80 sono il decennio in cui il cinema d’autore europeo e giapponese porta il BDSM fuori dal sottotesto e dentro il fotogramma. Non è più suggerito, è mostrato. Il pubblico si divide fra chi grida allo scandalo e chi riconosce che il grande schermo sta finalmente parlando di sessualità in modo adulto. Sono anche gli anni in cui il concetto di consenso comincia a farsi strada nel discorso pubblico, anche se ci vorranno decenni perché il cinema mainstream lo assorba come principio narrativo.
Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)
Salò di Pier Paolo Pasolini non è un film BDSM. È un film sul fascismo, sull’abuso di potere, sull’annientamento del corpo altro come esercizio politico. Pasolini prende il testo di De Sade e lo colloca nella Repubblica di Salò: il sadismo qui è metafora dell’autoritarismo. Guardarlo è duro, e non è un film che consigliamo per capire il BDSM contemporaneo, che si fonda sul consenso. Ma resta un pezzo fondamentale di come il cinema d’autore ha usato l’iconografia sadomasochista per parlare d’altro. Da separare per sempre dalla pratica consensuale del BDSM.
Ai no korīda di Nagisa Oshima (1976)
Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Oshima è invece il capolavoro assoluto sulla passione totale. Basato sulla storia vera di Sada Abe, mette in scena una coppia che scivola progressivamente dentro un gioco erotico di controllo, corda, respirazione limitata (breath play) fino alla conclusione tragica. Oshima non giudica, non spiega, non modera. Filma. Il film fu censurato in Giappone e in molti paesi occidentali. Rivisto oggi è il ritratto più onesto di come il BDSM può diventare linguaggio d’amore quando due persone si scelgono senza riserve, con tutti i rischi che questo comporta se non c’è cornice di sicurezza.
9 settimane e 1/2 (1986)
Il film di Adrian Lyne con Kim Basinger e Mickey Rourke è il primo grande esempio di BDSM soft-erotico da botteghino. La bendata, il cibo, il gioco di potere fra un broker di Wall Street e una gallerista d’arte. Estetizzato al massimo, colonna sonora sensuale, luci al neon. Molte scene sono diventate archetipiche, dallo strip-tease al frigorifero al gioco con il ghiaccio. Il film non parla mai di consenso in modo esplicito, ma introduce nel mainstream l’idea che il gioco erotico possa spingersi oltre la penetrazione classica. Da qui in poi il BDSM soft entrerà a poco a poco nell’immaginario collettivo.
Anni 90-2000: Basic Instinct, Crash, Secretary
Gli anni 90 e i primi 2000 sono il decennio della negoziazione. Il BDSM smette di essere solo horror o sottotesto e comincia a essere raccontato come dinamica riconoscibile fra due persone che scelgono cosa fare insieme. È anche il decennio in cui il pubblico comincia a distinguere fra sadismo criminale e sadomasochismo consensuale, distinzione che oggi diamo per scontata ma che allora era rivoluzionaria.
Basic Instinct (1992)
Basic Instinct di Paul Verhoeven con Sharon Stone e Michael Douglas è il film che ha rimesso al centro il femminile predatorio dopo decenni di rappresentazione più docile. Catherine Tramell scrive romanzi thriller, seduce, è sospettata di omicidio con un rompighiaccio durante il sesso. È bondage soft (la scena della cravatta bianca), gioco di dominance dall’alto, controllo mentale. Il film è stato molto criticato dalla community BDSM perché lega ancora una volta il kink al pericolo criminale, ma resta un caposaldo dell’immaginario erotico anni 90 e uno dei primi in cui la donna è dominatrice per scelta.
Crash di David Cronenberg (1996)
Crash di David Cronenberg, tratto dal romanzo di J.G. Ballard, mette in scena un gruppo di persone eccitate sessualmente dagli incidenti d’auto. È il feticismo estremo portato al cinema con lo sguardo scientifico che è marchio di Cronenberg. Non è BDSM in senso tecnico, ma è cinema che dice: le eccitazioni umane sono infinite, il feticcio non è patologia ma variante. Il film vinse il Premio Speciale della Giuria a Cannes fra critiche feroci. Oggi è studiato nelle università di cinema come pietra miliare del racconto del desiderio non normativo.
Secretary (2002)
Secretary di Steven Shainberg con Maggie Gyllenhaal e James Spader è il primo film mainstream che racconta una relazione D/s consensuale in modo esplicito e in gran parte credibile. Lei è una segretaria con un passato di autolesionismo, lui è un avvocato dominante. Il film mostra la negoziazione, il gioco di ruolo, gli errori, l’aftercare, il consenso continuo. Non tutto è manuale perfetto (la relazione parte da uno squilibrio di potere che oggi guarderemmo con più attenzione), ma è il primo film in cui alla fine i due protagonisti stanno bene insieme perché hanno costruito qualcosa che entrambi vogliono. Molti kinkster lo indicano come il film che li ha fatti sentire visti per la prima volta.
Era Cinquanta Sfumature (2015+): il BDSM soft diventa mainstream
Nel 2015 arriva nelle sale Cinquanta Sfumature di Grigio, adattamento del romanzo di E.L. James che era già stato letto da milioni di persone. Da qui in poi il BDSM soft entra nella conversazione della coppia media. Le manette diventano regalo di San Valentino, la benda per gli occhi entra nel comodino, il “contratto” tra Christian e Anastasia diventa oggetto di dibattito perfino nei talk show pomeridiani. Poche opere hanno spostato la cultura pop come questa trilogia, con tutti i pro e i contro del caso.
La trilogia Cinquanta Sfumature
Tre film, un miliardo e mezzo di dollari al botteghino globale, un franchise che ha rilanciato interi settori dell’industria del piacere. Christian Grey miliardario con “gusti particolari”, Anastasia Steele studentessa vergine. Frusta di pelo, benda, alcune corde, molto piano rispetto alla community reale. La trilogia ha portato il vocabolario del BDSM al bar sotto casa e alla farmacia. Ha anche generato una domanda di consulenza sessuologica e di prodotti tecnici mai vista prima.
L’impatto culturale sul mercato dei toys
Le vendite di manette, kit bondage, plug anali, palline e vibratori sono cresciute a doppia cifra nei tre anni successivi al primo film. Interi negozi hanno riformulato il proprio branding per accogliere clienti nuovi, curiosi, di solito coppie eterosessuali stabili. Nel 2018 la crescita del mercato consumer BDSM era stimata da Statista fra il quindici e il venti per cento anno su anno. Il film ha fatto uscire il kink dall’armadio dove era rimasto per decenni. Se cercate un punto di partenza pratico per gioco di coppia potete leggere la nostra guida al kit bondage per iniziare, che è pensata per chi arriva al tema dopo Cinquanta Sfumature e vuole capire cosa comprare davvero.
Le critiche della community BDSM
Non tutto è rosa. La community BDSM ha criticato la trilogia per almeno tre ragioni. Prima, la storia di Christian Grey come “kinkster perché traumatizzato” perpetua lo stereotipo secondo cui chi fa BDSM ha subito abusi: falso e stigmatizzante. Seconda, il rapporto fra Christian e Anastasia contiene squilibri di potere (economico, informativo, di esperienza) che nella pratica reale del BDSM richiederebbero molto più lavoro di consenso e aftercare di quello che il film mostra. Terza, la parola safeword compare pochissimo, mentre nella pratica reale è il pilastro. Il film è divertimento, non è manuale. Chi vuole entrare nel BDSM parte da altre fonti.
Serie TV recenti: Bonding, You, Bridgerton
Le piattaforme streaming hanno accelerato l’ingresso del kink dentro le serie televisive. Su Netflix, HBO, Amazon Prime, il BDSM oggi è un ingrediente narrativo quasi ricorrente. Cambia il contesto: non più film di due ore ma stagioni lunghe, personaggi che evolvono, dinamiche che si negoziano puntata dopo puntata. Il pubblico è ormai adulto abbastanza da distinguere sfumature che vent’anni fa non avrebbe colto.
Bonding (Netflix)
Bonding è la serie che ha portato il lavoro della professional Domme dentro le case degli spettatori Netflix. Tiff, ex compagna di liceo di Pete, di giorno è una studentessa e di notte una dominatrix professionista. La serie racconta con umorismo il rapporto con i clienti, la logistica di una dungeon, le questioni etiche (soprattutto nella seconda stagione dopo le critiche della community sex worker alla prima). Bonding è imperfetta, ma è la prima serie mainstream che rappresenta la Domme come professionista con competenze specifiche, non come figura mitica o pericolosa.
You (Netflix)
You con Penn Badgley esplora il lato oscuro dell’ossessione romantica in chiave contemporanea. Joe non è un dominante consensuale, è uno stalker. La serie è utile in una lettura BDSM proprio come contraltare: mostra cosa NON è il BDSM, che cosa succede quando controllo e possesso non sono negoziati ma imposti. È il rovescio esatto di Secretary. La community usa spesso You per spiegare la differenza fra fantasia di controllo consensuale e violenza reale.
Bridgerton (Netflix)
Bridgerton ha portato dentro il costume drama Regency dinamiche di potere sessuale che il genere raramente esplorava. La prima stagione con il duca di Hastings ha reso pop scene di sesso in cui il gioco di potere è esplicito, giocato, negoziato con lo sguardo. La seconda e la terza stagione hanno spostato l’attenzione sulla comunicazione erotica dentro la coppia, che è forse la lezione BDSM più solida che una serie mainstream possa insegnare: parlate. Il resto viene dopo.
Cosa portare a casa
Il cinema ha attraversato settant’anni di BDSM sullo schermo passando dall’ossessione hitchcockiana al gioco negoziato di Secretary, dallo scandalo di Salò all’intrattenimento globale di Cinquanta Sfumature, dal thriller psicologico alla serie streaming di quartiere. Ogni film racconta anche l’epoca in cui è stato girato: quello che nel 1958 era voyeurismo censurato nel 2024 è pratica consensuale a bassa intensità. La cosa importante da ricordare è che il grande schermo estetizza e sintetizza. Il BDSM reale ha bisogno di parole, tempo, negoziazione, safeword, aftercare. Se un film vi ha incuriosito bene, se un film vi ha spaventato bene lo stesso: sta a voi decidere cosa portare a casa e cosa lasciare in sala.
Domande frequenti
Qual è il primo film con BDSM esplicito nella storia del cinema?
Difficile dare una data univoca. Se cerchiamo BDSM come pratica riconoscibile dentro un film d’autore il candidato più forte è Ai no korīda di Nagisa Oshima del 1976, che mostra breath play e dominance-submission in una relazione consensuale fino alla conclusione tragica. Prima di quella data il BDSM al cinema restava allusivo o metaforico, come nei film di Hitchcock o nei drammi noir degli anni 40 e 50.
Cinquanta Sfumature è davvero un film BDSM?
Sì e no. Cinquanta Sfumature contiene pratiche BDSM soft (bondage con corde, benda, spanking leggero, uso di frusta di pelo) ma la community BDSM lo considera un ritratto edulcorato e problematico. Le critiche riguardano l’assenza di safeword esplicita, gli squilibri di potere fra Christian e Anastasia e lo stereotipo del kinkster come persona ferita da traumi. Come intrattenimento funziona, come manuale no.
Perché Hitchcock è considerato un regista con temi BDSM?
Hitchcock non ha mai filmato scene BDSM esplicite ma la sua filmografia è densa di dinamiche di controllo, ossessione, voyeurismo e sadismo latente. Vertigo è un film sulla dominance psicologica pura, La finestra sul cortile mette in scena il voyeurismo come atto fondativo dello sguardo, Psycho porta dentro il mainstream il sadismo repressso dietro la normalità. Sono tutti temi che oggi la cultura BDSM riconosce come propri.
Secretary di Steven Shainberg mostra un BDSM realistico?
Secretary del 2002 è considerato uno dei ritratti più credibili di una relazione D/s consensuale nel cinema mainstream. Mostra la negoziazione, il gioco di ruolo, i confini, l’aftercare, la crescita reciproca dei due protagonisti. Non è perfetto (la relazione parte da uno squilibrio di potere che oggi guarderemmo con più attenzione) ma è il primo film in cui i due arrivano a un finale in cui stanno bene insieme perché hanno costruito qualcosa che entrambi vogliono davvero.
Salò di Pasolini è un film BDSM?
No. Salò di Pier Paolo Pasolini è un film sul fascismo e sull’abuso di potere assoluto, non è un film BDSM. Pasolini usa il testo di De Sade come metafora dell’autoritarismo politico. Il BDSM contemporaneo si fonda sul consenso, sulla negoziazione, sull’aftercare: tutto l’opposto di quello che Salò mette in scena. Il film resta un capolavoro del cinema d’autore, ma va tenuto separato dalla pratica consensuale del BDSM.
Quali serie TV recenti trattano bene il BDSM?
Fra le serie streaming degli ultimi anni Bonding su Netflix è la più diretta nel raccontare il lavoro della professional Domme, anche se imperfetta. Bridgerton ha portato dentro il costume drama scene di sesso con dinamiche di potere esplicite e negoziate. You è utile in senso opposto perché mostra cosa NON è il BDSM: stalking e possesso imposto non hanno nulla a che fare con la pratica consensuale. Anche Fleabag e The Deuce hanno toccato il tema con serietà.
Da dove partire se un film mi ha incuriosito il BDSM?
Se un film vi ha incuriosito partite dalla teoria: consenso, safeword, aftercare, negoziazione. Trovate una guida introduttiva scritta bene (potete iniziare con la nostra guida al significato di BDSM e alle sue pratiche) e leggetela con il partner. Solo dopo aver capito la cornice acquistate strumenti soft di ingresso (benda, foulard, magari una cordicella di cotone), sperimentate a bassa intensità, parlate di quello che avete provato. Il BDSM reale è molto più lento e molto più conversato di quello che il cinema fa vedere.
Se cercate ordine dentro il tema più ampio potete partire dalla nostra guida BDSM cos’è e come si fa, che vi porta dritti dentro le pratiche, oppure allargare alla panoramica di cosa vuol dire l’acronimo BDSM. Se invece volete già entrare nella pratica di coppia con strumenti soft, la guida al kit bondage per iniziare vi spiega da dove partire senza sbagliare.